Speciale ADA. L’obesità si trasmette di madre in figlio, attraverso i batteri intestinali?

Continuano le ricerche sui marcatori di rischio specifici per la comparsa di diabete di tipo 2 dopo una gravidanza complicata da diabete gestazionale e sui meccanismi che influenzano l’obesità futura nei figli. Il microbioma intestinale e il modo in cui viene modificato dalla dieta, sembra fornire una serie di risposte a queste domande.

Il microbioma, che è un po’ anche il nostro secondo genoma, ed è rappresentato prevalentemente da batteri intestinali, si modifica in maniera importante nel corso della gravidanza e viene trasmesso dalla madre al bambino, al momento della nascita. “Un certo tipo di microbioma – spiega Jacob Friedman, professore di pediatria , biochimica e genetica molecolare presso l’Università del Colorado, Anschutz Medical Center, premiato per le sue ricerche durante il congresso dell’ADA con il Norbert Freinkel Award – può influenzare in maniera importante l’aumento di peso del neonato, nell’arco dei primi quattro mesi di vita, come anche la comparsa di infiammazione a livello del fegato (steatoepatite)”. In altre parole, un microbioma intestinale ereditato da una madre obesa, potrebbe contribuire allo sviluppo di una forma di obesità ‘ereditata’ dalla madre nel neonato.

Nel microbioma sono presenti 100 volte più geni che nel nostro intero organismo; tra questi ce ne sono molti in grado di controllare il metabolismo e la loro composizione si modifica in maniera importante nel corso della gravidanza. I neonati non hanno un loro microbioma alla nascita, ma lo ‘ereditano’ dalla madre durante il parto e nel primo anno di vita, con l’allattamento e il contatto con l’ambiente. “Così – spiega Friedman – se la madre ha un microbioma del tipo che tende a immagazzinare l’energia, questo esporrà il bambino nei primi mesi di vita ad un maggior aumento di peso, che può ripercuotersi successivamente in un aumentato rischio obesità o di malattie infiammatorie, dalla steatoepatite, all’asma, alle allergie alimentari. E’ un’ipotesi alla quale stiamo lavorando e i primi dati, derivati da studi animali e sull’uomo, vanno in questa direzione”.

Il microbioma non è cristallizzato nel tempo nella sua composizione; può essere modificato dalla gravidanza, ma anche dalla dieta. Chi consuma una dieta ricca di carboidrati, condiziona il proprio microbioma, facendolo diventare più ‘uniforme’, con meno specie batteriche rappresentate e più prono al rilascio di citochine infiammatorie. Al contrario una dieta ricca di vegetali, seleziona un microbioma più salutare. “Per questo – spiega Friedman – è molto importante curare l’alimentazione della madre in gravidanza e nel corso dell’allattamento, poiché questo darà un imprinting determinante al microbioma del neonato, condizionando la sua predisposizione all’obesità e alla malattie infiammatorie croniche negli anni a venire”.

Una recente ricerca pubblicata dal gruppo del dottor Friedman, ha confrontato due gruppi di donne con diabete gestazionale, assegnati a seguire due diete diverse: la dieta tradizionale per trattare il diabete gestazionale, scarsa di carboidrati, ma ricca di grassi e una nuova dieta, caratterizzata da un maggior contenuto di carboidrati complessi e povera di grassi (dieta CHOICE, Choosing Healthy Options in Carbohydrate and Energy). “Lo studio – commenta Friedman – ha dimostrato che una donna con diabete gestazionale, può mangiare una quantità di carboidrati maggiore di quanto ritenuto in passato, purché siano in forma complessa; questa dieta consente di raggiungere un miglior compenso glicemico e di migliorare la distribuzione di grasso nel bambino”. Un effetto importante perché secondo i ricercatori americani sarebbe proprio la distribuzione del grasso nel neonato il vero fattore obesogeno per la sua vita futura. Alcuni studi condotti sui primati e sui neonati dimostrano infatti che i figli di madri obese e con diabete gravidico, nascono con una maggior quantità di grasso, distribuito in particolare nel fegato; questa alterazione è persistente e secondo gli ultimi studi aumenterebbe il rischio di steatoepatite e di obesità negli anni futuri.20140618-125146-46306752.jpg</

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